Ero indeciso se scriverne o meno, ma il sogno di ieri notte è stato così singolare per i personaggi che lo hanno popolato che forse vale la pena lasciarne una traccia. Non è la prima volta che sogno di non avere le scarpe, di perderle e di cercarle (un po' come Dorothy), e anche questa volta il mio percorso onirico è costruito sulla ricerca di quest'ultime. La location è Berlino: uscito da un negozio di vestiti ad angolo di una strada (ad occhio e croce Neu Schoenauserallee) mi accorgo di aver dimenticato le mie scarpe all'interno del locale: così torno indietro. Ma il locale era intanto cambiato, già da fuori vedo dalle vetrine le commesse tutte intente a vestire dei manichini da donna in ferro battuto. Sopra la mia testa troneggia, intanto, l'inconfondibile logo dorato, in stile gotico, di Vivienne Westwood! Mi decido ad entrare, e lì vedo lei, Vivienne, appunto, con la sua pelle chiarissima, raggrinzita, il suo corpo magro dentro un vestito, ovviamente eccentrico, viola scuro (un po' metallico) con una bizzarra gonna a campana. Anche il suo rossetto viola, sbavato nelle rughe, copriva le labbra asciutte e serrate. In testa l'inconfondibile chioma cotonata arancione. Vivienne era intenta ad impartire ordini alle ragazze del negozio, tutte vestite e pettinate sulla sua falsariga, alcune di loro erano addirittura sedute in cerchio per una sorta di training. Era impossibile distrarle dal loro intento, mentre la stessa Vivienne ritoccava qualche manichino appuntando con degli spilli i vestiti per fissare le pieghe. Mi muovevo in mezzo a loro nella perfetta trasparenza, cercando le mie scarpe e non trovandole.
Ero indeciso se scriverne o meno, ma il sogno di ieri notte è stato così singolare per i personaggi che lo hanno popolato che forse vale la pena lasciarne una traccia. Non è la prima volta che sogno di non avere le scarpe, di perderle e di cercarle (un po' come Dorothy), e anche questa volta il mio percorso onirico è costruito sulla ricerca di quest'ultime. La location è Berlino: uscito da un negozio di vestiti ad angolo di una strada (ad occhio e croce Neu Schoenauserallee) mi accorgo di aver dimenticato le mie scarpe all'interno del locale: così torno indietro. Ma il locale era intanto cambiato, già da fuori vedo dalle vetrine le commesse tutte intente a vestire dei manichini da donna in ferro battuto. Sopra la mia testa troneggia, intanto, l'inconfondibile logo dorato, in stile gotico, di Vivienne Westwood! Mi decido ad entrare, e lì vedo lei, Vivienne, appunto, con la sua pelle chiarissima, raggrinzita, il suo corpo magro dentro un vestito, ovviamente eccentrico, viola scuro (un po' metallico) con una bizzarra gonna a campana. Anche il suo rossetto viola, sbavato nelle rughe, copriva le labbra asciutte e serrate. In testa l'inconfondibile chioma cotonata arancione. Vivienne era intenta ad impartire ordini alle ragazze del negozio, tutte vestite e pettinate sulla sua falsariga, alcune di loro erano addirittura sedute in cerchio per una sorta di training. Era impossibile distrarle dal loro intento, mentre la stessa Vivienne ritoccava qualche manichino appuntando con degli spilli i vestiti per fissare le pieghe. Mi muovevo in mezzo a loro nella perfetta trasparenza, cercando le mie scarpe e non trovandole.






Dal cielo azzurro abbiamo deciso di invertire la fiaba salendo verso una nebbia fitta, da cui si intravedevano, gelidamente, alberi spogli e non, un castello, lanterne illuminate fra i cespugli come lucciole statiche, e noi, a parlar di fiori e piante, verso il Santuario del Dolce. E' così che dovrebbe sempre essere e in nessun altro modo.
C'era una volta una bella fanciulla che diventò, ad un tratto, famosa, oltre che per la sua mirabile bellezza, soprattutto perchè assidua frequentarice della Factory di Warhol (con tutto ciò che ne conseguì...), e, ahimè, per un mars consumato con Jagger nei sotterranei degli Studio 54. Questa fanciulla rischiò, per la sua sfrontatezza, di diventare una strega moderna da mandare al rogo e per questo, ben presto, decise di lasciare l'America, tanto puritana, per cercare rifugio in Inghilterra. Gli anni passarono, la fanciulla crebbe e decise che era ora di riscattarsi, e dedicarsi al canto, sua recondita passione. La Marianne Faithfull di oggi è al contempo un personaggio complesso ma amabile come una nonna affettuosa, una donna colta contesa da giovani talentuosi artisti (interessanti le sue collaborazioni musicali con PJ Harvey, Albarn, Jarvis Cocker, Patrick Wolf, Beck, Billy Corgan, Nick Cave).
Dopo la recente comparsata in Marie Antoinette nelle vesti della regina Teresa, adesso in Irina Palm interpreta il ruolo, drammatico e naif, di una nonna disposta a tutto per finanziare l'operazione che salverà il nipote dalla morte. Il film esiste perchè è la Faithfull ad interpretarlo, non ci sono altre scusanti. Con il suo inventario di espressioni, un misto di stupore e malizia, Marianne da vita ad un personaggio apparentemente svampito ma che in realtà dimostra una grande determinazione che la porterà, paradossalmente, ad un riscatto personale e sociale. La nonna che la Selma di Dancer in The Dark avrebbe dovuto avere per reagire alla vita, nel bene e nel male. Da vedere!
